Un giorno da strega

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Cavalese grida “Al rogo!”

Mercoledì 5 gennaio 2011 un centinaio di comparse

hanno rievocato i processi che si sono svolti in Val di Fiemme

fra il 1501 e il 1505

 

Dall’inizio degli anni ’80 Cavalese rievoca il Processo alle Streghe di Fiemme. Un evento che richiama migliaia di visitatori e che coinvolge più di cento persone, fra comparse e attori in costume d’epoca. Il momento più intenso è il rogo finale che viene acceso nel Parco della Pieve di Cavalese.

Il Comitato Rievocazioni Storiche di Cavalese ha raccolto la documentazione dei processi, avvalendosi del testo del Panizza, dell’elaborazione di Luisa Muraro ne “La signora del bon zogo” e di don Delvai, scritti che si rifanno tutti ai testi originali dei 17 processi tenutisi all’epoca e custoditi nell’archivio dell’Arcivescovado di Trento. Parole e dialoghi contenuti nella rievocazione sono stati curati da Myriam Betti Pederiva. I personaggi che prendono parte alla manifestazione e interpretano i vari ruoli storici della vicenda sono oltre un centinaio e sono abitanti del luogo e ospiti della zona, occupati in molteplici e svariate attività, esclusa quella di attore.

La sera della rievocazione inizia il Processo nel centro di Cavalese. Il rullo dei tamburi anticipa ogni scena. Il narratore, invita gli spettatori a calarsi nello spirito dell’epoca, per vivere con maggior “pathos” questo lungo momento. L’invito per tutti i presenti è di non erigersi a giudici della storia.

Appare lo Scario Giovanni Giacomo, nel suo dignitoso costume scuro, dove solo la “mazza scariale” ricorda che egli è il capo supremo della Magnifica Comunità di Fiemme, eletto liberamente dal popolo, simbolo dell’autorità e del potere che gli sono conferiti appunto dall’antica tradizione. Egli chiama uno ad uno gli imputati: sei donne e un uomo che vengono trascinati in piazza da armigeri. Le donne hanno subìto tutte dure torture, Ursula Strumenchera da Trodena ha avuto la “corda” e la “cavaleta” 18 volte, alla Zena è stato dato il “torculare” (oggetto che torce i pollici e li spezza), a tutte è stato dato lo “squasso”, la Marostega è stata messa a tortura 27 volte senza il risultato di una confessione. Giovanni Delle Piatte da Anterù ha avuto un trattamento particolare perché ha accusato di stregoneria tutte le donne che sono state poi arrestate, dunque a lui non è stata inflitta alcuna tortura. Il personaggio mostra un volto infido, torbido, inquietante. Il suo processo è anomalo, quasi vi fosse nell’ombra, alle sue spalle, una forza nera e potente a proteggerlo. Nella rievocazione attuale lo vediamo in catene, ingiuriato dalle streghe, sorvegliato dai soldati. Si affaccia sulla scena il Barone Vigilio Firmian, Capitano di Fiemme. Egli rappresenta il potere politico del Principe Vescovo di Trento, Udalrico IV di Freundsberg. Tocca a lui dichiarare aperto il pubblico processo ed invitare tutti al Banco de la Reson.

Mentre il corteo si prepara, si affaccia il Vicario Vescovile, quel Domenico Zen così solerte nell’inquisire, nell’indagare, così distratto nel confrontare, nel constatare, nel cercare testimonianze e conferme.

L’inquisitoria di tutti i 17 processi, appare dai verbali del Notaro Silvestro Lentner a un solo binario, quello della dimostrazione della colpevolezza delle donne indagate. Il Vicario ha però la coscienza tranquilla, ha fatto il suo dovere e questo è il suo momento forte, l’ultimo atto di una tragedia durata quattro anni. Oggi vuole la sentenza e la condanna delle prime sei streghe. Il popolo riceve la Santa Benedizione del prelato con devozione ed inveisce contro le perfide, le malefiche “strige”.

Mistero. Le streghe di Fiemme erano tutte donne molto misere e le loro arti di medichesse, di fattucchiere, di maghe, erano richieste e mai imposte. Ogni famiglia di Fiemme praticamente aveva la sua strega. Dice, infatti, la Tomasina dell’Agnola “…  de ogni parentela ve na una”. Ma il pericolo era grande. La Magnifica Comunità reggeva la propria difficile autonomia su patti e compromessi in precario equilibrio. Il Principe Vescovo era sempre pronto a revocare i privilegi che la Comunità aveva conquistato nei secoli con fatica e sacrificio. Bisognava sacrificare ancora qualcosa, fosse pure questa estrema frangia di paganesimo, latente nella civiltà contadina, fin dai tempi più remoti. Ci si reca al Banco de la Reson, con corteo lugubre, illuminato da fiaccole, ritmato dal rullo dei tamburi. Le streghe sono le protagoniste di questo passaggio. Le loro urla e i loro movimenti turbano e affascinano nel contempo. La folla circonda, stringe, s’interseca e così avviene che non si distingue più oggi da ieri.

AL BANCO DE LA RESON

Le streghe vengono legate agli alberi che circondano quest’antico luogo d’incontro. Le scure piante che da mille anni sono scranno e banco per i Giurati, i Regolani, lo Scario di Fiemme, si stringono in cerchio simbolico d’energia e di compattezza. Il silenzio della notte cala su tutto. Fra gli antichi tigli appare una fiamma e s’ode un attutito suono di campanella. Appare un vecchio eremita, dall’incedere incerto. Il suo pregare cantilenante è oscuro. Si avvicina alle donne in catene, agli armigeri in guardia. Non capisce subito ma poi l’orrore della scena lo attanaglia. Le sue parole, le sue domande angosciate, vogliono interpretare il nostro sgomento e la nostra incredulità. Tra noi e lui ci sono sempre quei 500 anni di storia che ci dividono e ci allontanano nella conclusione del dialogo. Per noi tutta questa vicenda è ignoranza, cecità, crudeltà, per lui è simbolo della perenne lotta tra bene e male, tra Dio e demonio. Le parole dette alle donne in catene sono autentiche, trascritte così, come nel gennaio 1505, le scrisse il Notaio Lentner. Vi appaiono il furore, il dolore, l’alterazione di pensieri contorti, il rammarico per la vita sciagurata “… io sono nata in quel punto dove niente c’è di buono” la consapevolezza di essere giunte all’ultimo atto. L’eremita non può altro che “absolvere” ed allontanarsi perché sta arrivando il tribunale con tutto il corteo.

Attorno al Banco de la Reson si fermano lo Scario con i quattro Giurati, il Vicario, il Capitano, il Notaio, i Saltari. Un po’ discosti vi sono i tamburi, le bandiere, le insegne e il popolo. “Che i rei siano liberi e slegati”, con queste parole si dà inizio alla fase pubblica del processo. Il Notaio legge le accuse e le donne confessano quanto già hanno dichiarato sotto inquisizione. Tragica e orrenda ci appare l’accusa di cannibalismo che ricorre in tutti i processi alle streghe di Fiemme. E particolareggiate, ripetute, confermate sono le autoaccuse che fanno di questa loro pratica, le streghe… “et havevano lì conducti assaij putti et ibi cosevano et rostivano, et tornaveno le ossa insieme… et dapoi alquanti dì, morivano”. Sarà il Vicario a consegnare i ciotoli bianchi e neri ai Giurati per “ballottare” la sentenza. Il pozzetto nel centro del Banco serve proprio a questo “che Dio guidi la vostra mano”. Nelle “Consuetudinì”, che erano l’atto costitutivo della Magnifica Comunità, la raccolta di tutte le regole e di tutti i diritti-doveri dei fiammazzi, era chiaramente sottolineata la procedura dei processi che affidava al Vicario (il quale veniva ben pagato per questo) tutta l’inquisitoria, e allo Scario con i suoi Giurati la sentenza e la condanna.

Vediamo un sistema d’illuminata saggezza di questa procedura. I Fiammazzi non erano certo gente di legge, inoltre, la popolazione era imparentata e tutto ciò rendeva poco probabile la limpidezza e la serenità dell’inquisitoria. Avevano chiesto al Principe Vescovo l’aiuto di un uomo di legge, per questa fase dei processi. Una volta chiariti i fatti, la condanna doveva essere emessa dallo Scario e dai suoi Giurati. Per secoli, in Valle di Fiemme non si terranno processi per omicidi, si ricorda solo una condanna di un brigante alle galee veneziane. Nel processo alle streghe, la condanna a morte a mezzo del fuoco è applicata undici volte. In totale sono sedici le persone accusate e processate. Delle Piatte è processato due volte ma non viene condannato a morte. Margherita Ziroli viene lasciata libera perché incinta, tre muoiono in cella a seguito di torture, si tratta di Valeria Ziroli, vecchissima, Barbara Marostega e Margherita di Zanino (forse suicida).

Undici, come detto, vengono condannate al rogo in tre riprese. Il Grande Rogo nella nostra Rievocazione si accende nei pressi del Banco de la Reson e non sul Col del Rizzol, perché il sito ora è abitato. E’ un “rogo” simbolico ove il Comitato Rievocazioni Storiche di Cavalese invita ognuno a gettare le proprie “streghe”, le insidie del nostro tempo, gli affanni e le paure del nostro secolo. Il rogo quindi come grande fuoco liberatorio e purificatore. Molto più purificatore di quello che ha colpito le povere streghe di Fiemme.

Fotografie di Federico Modica

 

 

 

 

 

 

e Foto Polo Predazzo

 

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